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Storia di Casole

Storia di Casole Approfondimenti
 

Una prima memoria scritta di Casole si avrebbe nell’anno 896, quando il marchese Adalberto di Toscana l'avrebbe donata ad Alboino, vescovo di Volterra. Tuttavia bisogna aspettare la prima metà del secolo XI per trovare l'attestazione del dominio dei vescovi di Volterra sul castello di Casole. Nel 1186 la giurisdizione civile su Volterra fu espressamente confermata da Arrigo VI al Vescovo Ildebrando Pannocchieschi, la cui famiglia riuscì a dominarla per qualche tempo appoggiandosi ora ai successori di lui, ora a Siena. Ma già nel novembre dei 1201 un patto tra gli uomini di Casole e quelli di Colle sta a dimostrare come vi fosse già un'organizzazione comunale, che andava sempre più consolidandosi. Sembrerebbe tuttavia che in quell'epoca Casole fosse strettamente legata a Pisa, poiché troviamo che da Siena nel 1230 vi furono spediti messi. Nel 1232 troviamo una rinunzia formale del vescovo di Volterra al dominio su Casole e su altri castelli avuti in feudo dall'Impero. Nel frattempo, di pari passo con questo consolidamento, andava maggiormente delineandosi l'ingerenza di Siena, tanto che nel 125l, in occasione di una discordia tra il Comune di Casole e quelli di Mensano e della Selva, Siena convocò gli uomini dei castelli in questione, perché s'impegnassero a non provocare disordini. Nel 1259 i Fiorentini riuscirono ad espellere i Senesi da Casole, ma l'occupazione fiorentina si protrasse per poco, poiché, a seguito della battaglia di Montaperti (1260) col trattato di Castelfiorentino del 25 novembre 1260, fu confermato il dominio dei Senesi; anzi pochi mesi dopo Siena chiese ai Casolesi di mandare 100 pedoni bene armati nell'esercito inviato a Grosseto.

Nel 1312 però, al passaggio di Enrico VII, gli abitanti di Casole, su istigazione di un potente signore locale, Ranieri del Porrina, si ribellarono ai Senesi, accogliendo una guarnigione imperiale. Ma la morte dell'Imperatore volse ben preso la sorte a favore dei Senesi, che rioccuparono subito Casole con la forza, venendo tuttavia il 13 aprile 1314 ad un trattato favorevole ai Casolesi, che conservavano l'integrità giurisdizionale sul loro distretto, e potevano ottenere a loro richiesta la cittadinanza senese, mentre Siena s'impegnava a sostenerli presso la corte di Roma nella controversia contro il Vescovo di Volterra; inoltre a Ranieri del Porrina ed ai suoi eredi veniva mantenuto il bando da Casole, già loro comminato dal Comune, con divieto di abitarvi. In tal modo Ranieri fu costretto a venire a patti con Siena e, dalla sua casa di Pisa, nominò suo procuratore Ciampolo Gallerani per trattare i patti da stipulare. Ma evidentemente egli non aveva fretta, sperando che le circostanze gli offrissero la possibilità di riconquistare le posizioni perdute; occorse infatti più di un anno e mezzo per arrivare alla stipulazione dell'atto con cui si assoggettava a Siena, impegnandosi a rinunciare a qualsiasi privilegio ricevuto dall'Imperatore che fosse a danno del Comune di Siena, a restare con il figlio Porrina almeno tre anni al confino in un luogo che fosse distante non meno di trenta miglia da Siena e da Casole (ma non in Arezzo od altro luogo che fosse in guerra con Siena), a pagare al Comune di Siena la somma di 7000 lire e a non edificare mai qualsiasi fortezza. Tuttavia i Casolesi cercavano comunque d'imporsi sul territorio circostante, tanto che nel 1336 gli abitanti di Radicondoli, Belforte, Mensano e Monteguidi protestavano a Siena per le gabelle che venivano loro imposte da Casole. La famiglia Porrina non cessò mai di tentare di riconquistare il potere, tanto che per ben due volte, nel 1352 e nel 1358, i Senesi furono costretti a imporre nuovi atti di sottomissione, appoggiati anche dai componenti della fazione a loro favorevole e che mal sopportava le pretese dei Porrina. Infatti già la prima volta la maggioranza degli abitanti riuscì a convocare in parlamento ben 145 uomini, i quali, riconoscendo la situazione insostenibile che si era creata a Casole nominarono due procuratori per sottomettere il castello e la terra di Casole con la curia e il distretto, al Comune di Siena e pochi giorni dopo fu stipulato l'atto di sottomissione, con il quale gli abitanti di Casole ricevevano la piena cittadinanza senese. Ma evidentemente la fazione avversa non smise di agitarsi e creare confusioni e Siena fu costretta a richiamare i Casolesi all'ordine ed al rispetto dei patti stipulati, minacciando anche l'applicazione delle sanzioni previste per gli inadempienti.

Infatti nel 1358 tornarono, umili e pentiti, a chiedere la protezione di Siena, balbettando scuse e giustificazioni e dando la colpa del loro atteggiamento alla malignità del diavolo e alla debolezza degli uomini. S'impegnarono a costruire a loro spese, e a vantaggio del Comune di Siena, quella Rocca che ancor oggi, per quanto alterata, vediamo. A tutti i membri e discendenti della famiglia Porrina non sarebbe stato più permesso di abitare od entrare in Casole o nel suo distretto senza l'autorizzazione del Comune di Siena e del consiglio della parte guelfa di Casole ed il loro palazzo e la torre non avrebbero mai più potuto essere rifatti o riparati; venne poi vietato di abitare in Casole anche a Bartolomeo di Cecco, Biagio e Luca di Ser Aringhiero e Giovanni di Nerino, tutti evidentemente di parte ghibellina e sostenitori dei Porrina. Circa tre anni dopo i Senesi si decisero ad assolvere i Porrina dalle condanne loro inflitte e dopo ciò gli abitanti di Casole riaffermarono solennemente la loro sottomissione. Intanto il cassero era stato costruito e nel 1363 ne furono liquidate le spese al maestro Francesco del maestro Vannuccio di Siena. Tutto ciò però non valse a riportare la pace a Casole, dove anzi le fazioni si acuirono sempre più, tanto che 1374 fu chiesto l'intervento del Comune di Siena per metter fine alle discordie e Siena ritenne opportuno mettere Casole e la sua curia a contado, cioè sotto la sua amministrazione diretta, togliendole quella autonomia o franchigia, specialmente fiscale, di cui fino ad allora aveva goduto. E di Casole per molto tempo non si parla praticamente più. Dopo quasi mezzo secolo e precisamente nel 1421, una delibera del Consiglio Generale, che disponeva un riordinamento amministrativo di tutto il territorio dello Stato, ci mostra come Casole venisse eretta in sede di podesteria e quale fosse l'estensione della sua giurisdizione, che era assai vasta, comprendendo buona parte del territorio occidentale della Repubblica. Vale la di riportare per intero quella parte dell’atto che elenca le località sottoposte e l’organizzazione di ciascuna:

“Casole no abbia vicario ma in luogo di quello abbia podestà e sia capitano della Montagnuola e abbia al governo le infrascritte terre con gli infrascritti salari:
Casole ogni sey mesi fral salario del vicario e per l’ofitio del capitano lire centovinti.
Radicondoli abbia el vicario del cui salario si paghi al dicto podestà ogni sey mesi lire vinti, in tutto lire cinquanta.
Menzano abbia vicario per se solo del cui salario che solevano pagare si dia al podestà ogni sey mesi lire vinti.
Monteguidi non abbia vicario e paghi ogni sey mesi al decto podestà lire trentacinque.
Belforte abbia vicario del cui salario si paghi ogni sey mesi al decto podestà lire vinti e per l’oficio del capitano lire dieci, in tutto lire trenta.
Monteritondo abbia el vicario del cui salario si paghi ogni sei mesi lire vinti e per l’oficio del capitano lire dieci, in tutto lire trenta.
Montereggioni e camuni tassati quando aveano el vicario sieno sottoposti a la decta podastaria e paghino ogni sey mesi lire settantacinque.
L’abbadia a Ysola coi suoi comuni siano sottoposti al decto capitano e non abbino vicario, ma paghino a lui el salario che sono ogni sey mesi lire settanta.
Santa Colomba e Marmoraia, Fungaia, Mugnano, Riciano, Pernina, Cersia, Pietralata, Ripostena sieno sottoposti al decto podestà e capitano e paghino quello che pagavano quando aveano vicario lire setanta.
Castello della Selva paghi ogni sey mesi lire 10
Gallena paghi ogni sey mesi lire 5
Radi e Montagna paghi ogni sey mesi lire 4.
La Suvera e la Pieve a Scuola ogni sey mesi lire 5.
Somma lire 524
Sia tenuto menare el decto podestà uno notaro cittadino o sottoposto, due cavagli e quattro fanti”.

Ciò di cui invece abbiamo di tanto in tanto notizia sono le sue mura, che già nel 1397 erano state danneggiate dalla compagnia di Alberico da Barbiano; per ragioni di economia, le mura dei castelli difficilmente erano solidamente costruite, ma più spesso venivano usati materiali si scarto e molta terra, che le rendevano assai fragili ed esposte al progressivo deterioramento dovuto alle vicende atmosferiche e naturali, in aggiunta agli eventi bellici.

Nel 1435 gli abitanti chiesero aiuti per rifare più di 200 canne di mura che erano cadute o pericolanti, e non molti anni dopo il commissario di governo, constatato che erano rovinate le mura presso Porta Frati, chiese che qui venisse fatta una torricella che sporgesse fuori dalle mura, simile all’altra che vi era stata fatta l’anno prima, di rinforzare tutte le mura che erano debolissime e fare otto torricelle sporgenti e propose gli sgravi fiscali da concedere agli abitanti che dovevano portare a compimento tale lavoro; però il lavoro dovette, evidentemente, costare più del previsto, poiché pochi anni dopo, quando fu terminato, gli abitanti chiesero ulteriori aiuti. E’ difficile oggi capire dove fossero esattamente queste torricelle. Non molti anni più tardi si dovettero prendere nuovi provvedimenti per il restauro delle mura di Casole, della Rocca che era assai rovinata dalla parte di dentro e della torre maestra che era assai pericolante; i lavori da fare, la cui spesa dovette ammontare a 800 lire, vengono poi così descritti dettagliatamente:

“rimettere nella torre maestra in una cantonaia dove perchosse la saetta con beccatelli et con 4 catene di ferro presso alla volta, nelle quali con li paletti entrarà più libbre 1000 di ferro et rimettare il muro dal lato dentro che è schortecciato et apontellato le quali cose fanno di spesa fiorini cento.

Item rifare le schale del circhuito che sono tutte rotte et guaste con mattoni, pietre et chalcina.
Item rifare di nuovo uno forno, che viene sotto la detta schala.
Item due palchi a buone travi, molli et mattoni di circha braccia 12 per uno verso et da l’altro braccia 14.
Item due tetti a pianelle quasi della medesima grandezza.
Itam rifare il ponte levatoyo della porta del Sochorso, che già gran tempo è stato guasto.
Item il verrochio per levare il detto ponte con sue choscie di quercia et uno pezo di catena di ferro.
Item uno ponte levatoyo che va dalla chasa alla torre maestra.
Item una trave di quercia buona di circa braccia XII sopra la quale va una schuola di circa a canne sey.
Item tre palchi nella torre maestra a molli et mattoni o veramente di tavole.
Item cinque schale nella torre a quadretti di castagno con li schaloni a tre faccie.
Item uno tetto sopra il casello fella torre che non v’è.
Item due schale come le sopradette a due altre torri che non vi si può andare.
Item più uscia et finestre là dove sarà di bisogno”

Ma i lavori per rafforzare le fortificazioni di Casole proseguirono incessanti, anche se sembra che il loro programma non trovasse tutti d’accordo, portando a qualche incertezza decisionale. Infatti nel 1471 venne chiesto di poter fare un rivellino interno alla “terra”, o almeno da una porta all’altra verso Siena e si ordinò di restaurare il cassero. Meno di un anno dopo invece venne disposto che gli stanziamenti fatti per il rivellino fossero spesi per rifare le mura e, infine, nel 1473 si dispose di fare con sollecitudine il rivellino, che non si sa se fosse quello antistante la porta oggi detta appunto Rivellino. Ciò non valse tuttavia ad impedire che nel 1479 i Fiorentini riuscissero ad occupare Casole per breve tempo dopo quattro giorni di assedio. I Senesi, appena l’ebbero ripresa, si preoccuparono di riparare i danni, sollecitando il compimento delle mura e, nel 1481

“considerato in che luogho in dove sia situata la terra di Casole, la quale è quasi tucta circundata da li vostri vicini et maxime Colligiani et Volterra et altre terre de Fiorentini et dui quanta importantia sia la vostra ciptà et al vostro reggimento et di bisogno farla forte et di tale qualità che possi resistere”
ne dettero incarico a Francesco di Giorgio, disponendo che le mura fossero dotate di parapetti e merli e intervallate da sei torrioni tondi e quattro torrette, precisandone tutte le rispettive misure.
Non sappiamo se il progetto di ristrutturazione delle mura sia stato realizzato compiutamente, poiché, eccettuate le torri più o meno conservate sul lato orientale, nulla resta oggi per illuminarci in proposito. Comunque il governo di Siena non mancò, anche in seguito, di dare precise disposizioni per la custodia della Rocca, affidandola a Galgano di Niccolò di Biagio ed a Galgano di Matteo con precisi patti ed un salario di lire 300 l’anno: essi ricevettero in consegna
“una spingarda o bero spingardone, uno arcobuso, uno balestro ad mulinello, uno bariglione di polvare, un barletto di polvare sottile e staia 4 di sale”; dovevano tenere sempre nella rocca “staia 24 di farina, staia 6 di aceto, staia 2 d’olio, some 100 di legna” e inoltre “2 balestre, 2 scoppietti, 2 corazine, 2 celate grandi, 2 gorgiarini e 2 spiedi da arme”
Pochi mesi dopo, per far fronte a pericoli che si temevano, vi venne inviato un “balistarium” con dieci cavalli. In seguito, essendosi fatta più tranquilla la situazione, detta custodia fu affidata per 10 anni direttamente al Comune.

Poche anni dopo, i Padri Serviti di Casole, chiesero di costruire una nuova chiesa in sostituzione di quella che era stata, non si sa per quale causa, devastata; il luogo prescelto era lungo le mura presso la porta ora detta dei Frati, proprio da quel convento ed allora chiamata Porta Giannelli; data la Posizione, il permesso venne concesso con ben precise condizioni. I frati dovettero impegnarsi a lasciare libero il corridoio delle mura, quello che oggi chiameremmo il cammino di ronda, a non aprire nelle mura porte o finestre e a non far abitare nel monastero frati che non fossero di Siena o di Casole e del contado senese, dimostrazione evidente di quale importanza il governo di Siena attribuisse a quelle mura per la difesa della “terra”.

Una dozzina di anni più tardi venne concesso a Casole di tenere un mercato per la festa di S. Michelangelo. Era chiaro che i tempi erano tranquilli e non si aveva nessun presentimento della bufera che non molti anni dopo si sarebbe abbattuta sulla repubblica di Siena. Questa era sicura che l’appoggio di Carlo V l’avrebbe messa al riparo da qualsiasi pericolo, tanto che invalse il sistema di cedere a privati, per periodi di pochi anni, le rocche del dominio e così anche quella di Casole fu venduta nel 1531 per 65 scudi e, di nuovo, per quattro anni nel 1533.

Ciò non spinse tuttavia a trascurare il restauro e la fortificazione delle mura, cui si cercò ripetutamente di provvedere.

Quando si cominciò a capire che le cose non sarebbero sempre andate lisce e si pensò di nuovo alla difesa delle terre del dominio , a Casole furono inviate 25 libbre di polvere sottile e 10 di piombo e, pochi giorni dopo, 25 archibugi. Vi venne di nuovo nominato un commissario nella persona di Girolamo Biringucci , con l’incarico di provvedere alla sicurezza della popolazione e far fare delle “canove” invernali per il pane dei poveri.

Ormai la guerra era però apertamente scoppiata dopo la cacciata da Siena delle truppe spagnole ed ai priori di Casole venne ordinato di fare provviste e fu inviato là, a spese della comunità, l’architetto Riccio per vedere quali fossero le fortificazioni da fare e, un mese dopo, venne contratto un prestito di 300 scudi per realizzarle. Da allora gli invii di armi e munizioni si succedettero a ritmo serrato.

Le opere di fortificazione furono portate avanti alacremente e, al principio del 1554, vennero esortati tutti gli abitanti, uomini e donne, a fare a gara per dare ad esse la loro opera. Intanto però, su consiglio di Piero Strozzi, comandante in capo delle truppe, fu deciso di costruire una nuova e più imponente fortezza, abbattendo, per realizzarla, un buon numero di case; esse furono fatte stimare per l’indennizzo, ma è facile immaginare quale piacere abbia fatto la cosa agli abitanti che si raccomandarono perché si cercasse di fare il minor danno possibile. Anche la fornitura dei viveri procurava, come in tutto il territorio dello Stato, non poche preoccupazioni e si cercò di provvedervi nel miglior modo possibile e di evitare manovre speculative, come ci mostra la seguente delibera della Balia:

“Casole a la comunità, in risposta de le loro, se li dica che non si mancarà di prestarlo ogni favore in provederlo grani per servizio di quella terra, ma lor pensino di provedere denari, che i grani non si danno senza. E al commissario Girolamo Biringucci si risponde che segua la sua commissione e procuri che il pane si venda a prezzi honesti a consideratione della valuta de’grani e che questi non sono tempi di rispetto d’amicitie in seguir la sua commissione, ma deve por da banda ogni interesse privato. E come il cap. Moro s'è dolto con Mons. di Molluc d’havere il pane e sei quattrini, però operi non si lamentino”.

La situazione precipitava. Alla fine di agosto cadde in mano ai nemici Monteriggioni per il tradimento del suo capitano Bernardino Zeti e la notizia fu subito comunicata ai commissari di Casole e ad altri luoghi vicini, esortandoli a stare in guardia. Al commissario Biringucci, che chiese di essere sostituito, succedette Ilarione Bensi. A questo venne subito annunciato l’arrivo di truppe a piedi e a cavallo raccomandandogli di far loro buona accoglienza e gli si ordinò di mandare a prendere, per portarlo a Casole, almeno la metà del grano che era in altre fortezze nel timore che anche quelle cadessero in mano nemiche.

Ma ormai il destino di Casole era segnato e proprio mentre si cercava di far coraggio al nuovo commissario Bensi, annunciandogli che si aspettava presto l’arrivo del Re di Francia con le proprie truppe, cinque soldati riusciti a fuggire, portarono a Siena la notizia della capitolazione di Casole.

Il Territorio di Casole nell'antichità

Geologicamente il territorio di Casole d’Elsa è costituito da terreni del gruppo ofiolitico e, in massima parte, da depositi sedimentali marini e continentali del Pliocene, nei quali si insinua, circa all'altezza di Querceto, una fascia più ristretta di sedimenti continentali del Miocene superiore.

La località appare citata in una lettera inviata ad Anton Francesco Gori, esponente dell’ ”antiquaria" toscana settecentesca, pubblicata nel periodico fiorentino Novelle Letterarie del 1744. Nel testo si parla della scoperta di una tomba etrusca sul Poggio di San Niccolò, contenente urne in tufo, a cassa liscia e coperchio raffigurante il defunto semidisteso. Sia pure non rilevanti, le prime tracce di frequentazione umana nel territorio valdelsano risalgono alla fase finale del Paleolitico inferiore (Acheuleano). Manufatti litici assegnabili a questa fase sono stati rinvenuti nella bassa Valdelsa. In questa stessa zona sono state individuate un'industria riferibile al Paleolitico medio - testimoniata dal Mousteriano - e tracce di una frequentazione nel Paleolitico superiore, mentre non si hanno testimonianze di industrie litiche riferibili al Mesolitico italiano. Gruppi umani portatori di queste industrie litiche, la cui attività coprì un arco di tempo da 150.000 a 40.000 anni da oggi, con un'economia dedita alla caccia e alla raccolta, dettero inizio a un sistema di vita seminomade, in accampamenti all'aperto, sui terrazzi fluviali, sugli altopiani e ai margini dei laghi durante la buona stagione, contrapposti allo stanziamento in grotte, abituale dimora invernale. Verso la fine della penultima glaciazione, le condizioni climatiche instabili, portarono a notevoli variazioni di ambienti, paesaggi, morfologia e selvaggina. Il progressivo affermarsi del clima oceanico, oltre la posizione geografica, favorirono indubbiamente il popolamento nell'età successiva. Infatti i percorsi e le valli fluviali costituiscono aree preferenziali di stanziamento per piccoli nuclei abitativi fin da epoca più remota: i rinvenimenti di Le Gabbra, Querceto, Mensano, Lucciana - dai quali provengono asce in pietra - sono dislocati lungo una fascia di territori fluvio-lacustri favorevoli alle strutture economiche di tipo agricolo, caratteristiche delle società di tipo neolitico. Inoltre, il rinvenimento di ossidiana a Le Gabbra, testimonierebbe l'ampiezza del traffico di questo materiale, adoperato per fabbricare armi e strumenti vari, che coinvolse gran parte delle culture italiane.

Le tracce eneolitiche e della prima età del bronzo, rinvenute sporadicamente a Casole d'Elsa, Mensano e a La Suvera, sono comprese in un'area a carattere prevalentemente minerario, attorno alle Colline Metallifere toscane dove è stato riscontrato un addensamento dei rinvenimenti . In questa fase, lo sfruttamento dei giacimenti di rame non sembra influire in modo determinante sulla distribuzione degli insediamenti, al contrario di quanto si verificherà successivamente con una attività estrattiva e manifatturiera del rame che provocherà la formazione di nuove aree di insediamento. Tuttavia, se si escludono un'alabarda a tre fori di tipo Cotronei, rinvenuta a Querceto, conservata al Museo Pigorini di Roma, e un'ascia a margini rialzati, rinvenuta a La Suvera (XVIII - XVII a.C.), conservata nel Museo Archeologico di Siena, non sono rilevabili attualmente altre testimonianze relative alle successive facies dell'età del bronzo. Non sembrano esistere, infatti, testimonianze caratterizzanti la civiltà appenninica, ad eccezione di un frammento di vaso d'impasto, inquadrabile nella facies evoluta, proveniente peraltro dall'area della media Valdelsa, nè ritrovamenti riferibili alle fasi finali dell'età del bronzo.